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Senza una pronta inversione di tendenza, nel 2050 i coralli non riusciranno più a produrre il loro scheletro


In realtà, negli ultimi anni se ne parla appena un po’ di più, ma questo declino è iniziato già da parecchio tempo e siamo vicini al punto di non ritorno.

Iquitos - mangimi tropicali - Colombo

Gli scienziati della Southern Cross University in Australia, prendendo spunto da ben 53 studi precedenti – 53 studi precedenti!!! – , hanno confermato in ben due report finali, pubblicati sulla rivista “Nature”, che dagli anni sessanta ad oggi la crescita delle barriere coralline è diminuita costantemente. Questo studio ha considerato i tassi di crescita e di (de)calcificazione di ben 36 località ove le barriere coralline erano regine, in 11 paesi del mondo, quali la Grande Barriera Corallina Australiana, il Reef Shiraho in Giappone, le barriere di diverse isole delle Hawaii, dello stato di Palau, della Polinesia francese, delle isole delle Filippine ed anche del Mar Rosso.

Arriviamo continuamente, costantemente ed inesorabilmente in ritardo; basti pensare alle distese di coralli già sbiancati sulla faccia della Terra, ormai visibili ad occhio nudo. I prossimi dieci anni rappresenteranno probabilmente la nostra ultima possibilità di salvare anche le barriere coralline… tutto deve accadere in questo decennio, o non raggiungeremo l’obiettivo.

Le cause dello sbiancamento dei coralli

Se solo pensiamo che l’aumento della temperatura, causa del cosiddetto “sbiancamento dei coralli” sia un fenomeno tutto moderno, circoscritto agli ultimi anni, ci sbagliamo di grosso.

Le cause di questo sbiancamento, lo sappiamo ormai, sono sostanzialmente due:

la prima, conosciutissima ed evidentissima, è data dalle ondate di calore sempre più frequenti, come ci siamo ben accorti in questi ultimi periodi. Quando la temperatura dell’acqua sale, i coralli espellono le loro alghe simbionti, le zooxanthellae, perdendo il colore e sbiancando. Il risultato sulle barriere coralline è appunto una bianca maglia intricata di carbonato di calcio, che, qualora si ritrovi immersa presto in acque con temperature nuovamente accettabili e normali, ha la possibilità di ricomporsi e tornare al colore originale, con un danno minimo; se invece le temperature restano troppo a lungo più calde del normale, la barriera corallina è destinata a morire e a sbriciolarsi, diventando poi sabbia, a causa del moto ondoso e dell’opera dei pesci.

La seconda invisibile e subdola minaccia per le barriere coralline è l’acidificazione dei mari.
Gli acquariofili lo sanno bene: per crescere e formare le splendide barriere, i coralli si costruiscono uno scheletro di calcite, il comune di carbonato di calcio CaCO3. Oggi purtroppo gli scheletri calcarei crescono molto più lentamente rispetto a cinquant’anni fa e, da studi approfonditi, sappiamo che in un prossimo futuro potrebbero addirittura iniziare a dissolversi; più o meno sembra che entro il 2054 i coralli non riusciranno più a produrre il loro scheletro di carbonato di calcio.

Orbicella annularis

Pare che qualche barriera stia intelligentemente, lentamente, provando a guadagnare qualche grado di longitudine, tentando una “fuga verso nord”, per sfuggire al caldo; tuttavia, per alcune barriere questo non sarà possibile, come ad esempio nel caso della barriera della Florida, bloccata dalle ondate di freddo provenienti dal nord America, sempre più frequenti, che sbarrano il passaggio. Forse molti tra i suoi pesci e mammiferi marini potranno provare a spostarsi verso nord o più in profondità per sfuggire alle calde acque, ma i coralli sono animali sessili che hanno bisogno, al di là di determinate condizioni di pH e di temperatura, anche di una determinata quantità di luce, per cui questo non sarà possibile.

“I coralli della Florida, in pratica, si trovano tra l’incudine e il martello: bloccati a nord dal gelo e condannati a “bollire” per via delle temperature in aumento.

Oggi in Florida resta solo il 2% della barriera corallina originaria: il resto è andato perduto per via delle ondate di calore, dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento.” ha specificato Lauren Toth, autrice principale dello studio e ricercatrice al St. Petersburg Coastal and Marine Science Center dell’US Geological Survey.

Acropora palmata

Nel 2014, la legge statunitense che protegge le specie a rischio di estinzione (tramite la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti) ha aggiunto 20 specie di coralli all’elenco già esistente: ben sette specie di coralli sono tra quelli presenti nelle formazioni coralline della Florida, come l’Orbicella annularis, ma anche specie come il corallo a corno d’alce (Acropora palmata) e quello a corno di cervo (Acropora cervicornis), entrambi classificati come “in pericolo critico”.

Acropora cervicornis

Con le correnti fredde, la barriera corallina della Florida è destinata ad estinguersi, con conseguenze ecologiche ed economiche disastrose. Senza di essa, le coste della Florida saranno più esposte al moto ondoso, alle tempeste tropicali e agli uragani, il turismo locale scomparirà, e con essa la pesca. Egoisticamente, pensiamo infine a quanti soldi e quanti posti di lavoro andranno perduti. Sembra che tutto questo non ci riguardi, che sia tutto lontano. Invece è tutto vicino e molto. E questa sarà la sorte di molte altre barriere coralline.

Quello che succederà allo scheletro dei coralli

I coralli prendono il carbonato di calcio dalla colonna d’acqua, disciolto e pronto come “mattoncino” da utilizzare per la loro costruzione. Si sa che circa il 25% dell’anidride carbonica prodotta viene assorbita nei mari e negli oceani, contribuendo a contrastare i cambiamenti climatici; ma l’uomo ha oggi spostato di troppo gli equilibri, producendo sempre più CO2, che reagendo con l’acqua forma acido carbonico, che a sua volta reagisce con i gruppi di carbonato disciolti in mare, compreso il carbonato di calcio, che viene quindi sottratto ai coralli, causando l’acidificazione dei mari, abbassandone il pH.

Cioè, più aumenta la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, più questa viene assorbita da mari e oceani, meno carbonato di calcio resta disponibile per i coralli nella colonna d’acqua. Si stima che quando il livello di CO2 in atmosfera raggiungerà le 500 parti per milione (ppm), la calcificazione degli scheletri dei coralli diventerà impossibile.

«Dal 1970 ad oggi il tasso di crescita e di calcificazione delle barriere coralline è diminuito in media del 4,3% ogni anno. Mentre la copertura corallina si è ridotta in media dell’1,8% all’anno» scrivono gli autori dello studio.

Fatti due conti, tra il 2030 e il 2080, probabilmente entro la metà di questo secolo, gli scheletri calcarei potrebbero cominciare a dissolversi per via dell’acidificazione dei mari e dovremo prepararci a dire addio alle barriere coralline. Ecco perché il riscaldamento dei mari e degli oceani è una trappola mortale per qualsiasi reef. Ecco perché l’uomo deve impegnarsi urgentemente per diminuire le emissioni di anidride carbonica in atmosfera.

Anche le balene potrebbero aiutarci in questo arduo compito; come? Ve lo diremo nel prossimo articolo!

Riferimenti

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