PESCI

La pesca non sostenibile delle acciughe (Engraulis encrasicolus)


RIPERCUSSIONI:

Se non correggiamo subito il “tiro”, a pagarne le spese non saranno solo i pesci e i nostri mari, ma anche tutto l’indotto che dipende dalla loro prosperità. Acciughe e sardine sono sempre più in diminuzione: sia per numero di esemplari presenti in mare, sia per la loro taglia, sempre più piccola.

Sarà e già lo è un grande danno anche per le industrie di trasformazione, un tempo fiorenti e oggi spesso in crisi, con le aziende costrette a utilizzare esemplari sempre di più piccola taglia, di valore più basso rispetto agli esemplari più grandi e più pregiati. La misura minima prevista dalla legge è di – 9 centimetri l’acciuga, 11 centimetri la sardina –  di conseguenza gli esemplari che vengono scartati perché non rispettano tali dimensioni diventano pasta d’acciughe e quando il pesce è così poco da non soddisfare la produzione, occorre importarlo dall’estero, con una grave ripercussione economica.

Gli addetti delle aziende locali di trasformazione e conservazione delle acciughe hanno recentemente (2014) dichiarato un calo in termini di redditività pari al 50 per cento (Corriere di Sciacca  2014).

CONCLUSIONI:

L’UE invoca da tempo l’adozione di quote di catture (TAC) per frenare il declino della popolazione di acciughe, ma il Governo italiano è restio ad adottare simili provvedimenti, finora applicati solo alla pesca del tonno rosso.

Gli effetti collaterali di una pesca eccessiva e non sostenibile si ripercuote sull’intero settore e di conseguenza sui profitti da esso ricavati. La strada più ovvia ma spesso non seguita è la sostenibilità ambientale con la cultura di una pesca sostenibile  che persegue una efficace gestione dei sistemi di pesca e fa sì che essa non entri in conflitto con la conservazione della biodiversità marina, non costituendo un impatto negativo sulle specie e gli habitat marini garantendo nello stesso momento la sostenibilità economica e sociale delle aziende e comunità che dipendono da questa attività.

L’attività di pesca è un’attività economica intrinsecamente e indissolubilmente legata nella biologia e nell’ecologia delle specie pescate e che non può assolutamente considerare la cattura come una variabile indipendente dalla capacità di rinnovo degli stock (Rapporto Annuale sulla Pesca e sull’Acquacoltura in Sicilia, 2009).

Abituarsi a considerare e calcolare l’impronta ecologica nello sfruttamento delle risorse marine potrebbe rendere possibile la ricostruzione del patrimonio degli oceani cominciando a promuovere i cambiamenti a cui l’industria ittica ha sempre tentato di sbarrare la strada, come una corretta valutazione dello sforzo e della capacità di pesca, l’applicazione di misure immediate di recupero degli stock sovrasfruttati, l’incremento della raccolta dati e maggiori investimenti sulla selettività degli attrezzi, e tutela delle aree di riproduzione e di nursery, e della chiusura delle attività di pesca a seconda del ciclo biologico del pescato

La regola fondamentale è informarsi, perché ognuno di noi ha il diritto e il dovere di sapere cosa si compra e quali siano i costi ambientali e sociali.

BIBLIOGRAFIA


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