
In un acquario di barriera l’alimentazione non riguarda solo i pesci. Ogni fiocco, granulo o pellet che introduciamo in vasca entra inevitabilmente nel sistema: una parte viene assimilata dagli animali, mentre il resto può contribuire al carico organico e alla disponibilità di nutrienti ed elementi presenti nell’acqua.
I pesci assimilano infatti soltanto una parte dell’alimento che somministriamo. Il resto viene espulso, disperso o degradato e finisce quindi per partecipare alla chimica complessiva dell’acquario. Per questo leggere correttamente l’etichetta di un mangime non è una semplice formalità, soprattutto quando gestiamo un acquario marino popolato da coralli e altri invertebrati.
La buona notizia è che imparare a leggere un mangime è relativamente semplice. Bisogna capire quali informazioni siano realmente significative, come interpretare ingredienti e componenti analitici e, soprattutto, quali conclusioni possiamo realmente ricavare da un’etichetta e quali invece richiederebbero analisi più approfondite.
In questo articolo analizziamo quindi la composizione, i valori nutrizionali e gli additivi più comuni, cercando di capire quali caratteristiche possano aiutarci nella scelta di un alimento per i nostri pesci marini.
Il tutto dando naturalmente per scontato che le informazioni riportate sull’etichetta siano complete, corrette e conformi alla normativa applicabile.
La composizione di un mangime per acquario: il cuore dell’etichetta

La lista degli ingredienti è una delle prime informazioni da osservare perché ci permette di capire quali materie prime siano state utilizzate nella formulazione del prodotto. Gli ingredienti vengono normalmente riportati secondo le modalità previste dalla normativa e la loro posizione nell’elenco può fornire indicazioni sulla composizione complessiva del mangime.
Per un alimento destinato ai pesci marini è interessante trovare ingredienti chiaramente identificabili e coerenti con le esigenze delle specie alle quali il prodotto è destinato: pesce, crostacei, molluschi, alghe e altre materie prime acquatiche possono rappresentare fonti nutrizionali di grande interesse.
Questo non significa che la presenza di ingredienti vegetali o cereali renda automaticamente scadente un alimento. Molto dipende dalla specie alla quale è destinato, dalla quantità utilizzata, dalla funzione tecnologica dell’ingrediente e dall’equilibrio complessivo della formulazione.
Anche la chiarezza dell’etichetta è comunque un elemento utile. Indicazioni precise sulle materie prime permettono all’acquariofilo di comprendere meglio cosa stia somministrando rispetto a descrizioni molto generiche o difficilmente interpretabili.
Proteine, grassi, ceneri e fibre: come interpretarli


La sezione dedicata ai componenti analitici è estremamente utile, ma deve essere letta insieme alla composizione e soprattutto considerando le esigenze nutrizionali delle specie alle quali il mangime è destinato.
Proteine: molti pesci marini carnivori e onnivori richiedono alimenti relativamente ricchi di proteine. Nei mangimi commerciali destinati a queste specie non è raro trovare valori nell’ordine del 40-60%, ma non esiste una percentuale universalmente ideale per tutti i pesci marini.
Il valore numerico, inoltre, non ci dice da solo quale sia la qualità biologica delle proteine. Due alimenti con la stessa percentuale proteica possono avere profili aminoacidici, digeribilità e materie prime molto differenti. Per questo il dato deve essere interpretato insieme all’elenco degli ingredienti.
Grassi: sono una fonte energetica fondamentale e apportano acidi grassi essenziali importanti per metabolismo, crescita e salute generale. Molti alimenti per pesci marini presentano valori compresi indicativamente fra 6 e 15%, ma anche in questo caso le esigenze cambiano sensibilmente fra specie diverse.
Non conta soltanto la quantità: sono importanti anche origine e qualità della componente lipidica, oltre alla corretta conservazione del prodotto, perché i grassi insaturi possono andare incontro a ossidazione nel tempo.
Ceneri: rappresentano la frazione minerale che rimane dopo la combustione completa della sostanza organica. Un valore elevato può indicare una maggiore presenza di materiale minerale, ma non significa automaticamente che il mangime contenga quantità pericolose di metalli pesanti.
Farine di pesce, crostacei, molluschi e altre materie prime marine possono naturalmente contribuire alla percentuale di ceneri. Il dato rimane interessante per confrontare prodotti simili, ma per sapere realmente quanto rame, zinco, ferro o altri elementi siano presenti sarebbe necessaria un’analisi chimica specifica del mangime. Cosa non alla portata di tutti nè di semplice implementazione.
Fibre: la quantità ideale dipende fortemente dalla dieta naturale del pesce. Specie carnivore hanno generalmente esigenze differenti rispetto a pesci erbivori o detritivori. Anche in questo caso, quindi, è meglio evitare soglie universali e interpretare il valore nel contesto della formulazione e delle specie alle quali l’alimento è destinato.
Gli additivi nei mangimi per pesci marini

Un’altra parte interessante dell’etichetta è quella dedicata agli additivi. Qui possiamo trovare vitamine, antiossidanti, pigmenti, aminoacidi e oligoelementi aggiunti alla formulazione.
Fra gli elementi che possono comparire troviamo, ad esempio:
- ferro (Fe)
- rame (Cu)
- zinco (Zn)
- manganese (Mn)
- iodio (I)
- selenio (Se)
È importante chiarire un punto: la semplice presenza di questi elementi fra gli additivi non rende automaticamente un mangime inadatto ad un acquario di barriera. Molti di essi sono micronutrienti essenziali per la fisiologia animale e vengono utilizzati nelle formulazioni alimentari proprio per garantire un corretto apporto nutrizionale.
Per un acquariofilo che gestisce un acquario marino, però, esiste una considerazione aggiuntiva. Tutto ciò che introduciamo attraverso il cibo entra, direttamente o indirettamente, nel sistema acquario. La quantità realmente introdotta dipende dalla concentrazione dell’elemento nel mangime e dalla quantità di alimento somministrata.
In altre parole, sapere che un prodotto contiene rame o zinco come additivo è un’informazione interessante, ma non basta per stabilire se quella quantità possa essere problematica. Servirebbero la concentrazione effettiva dell’elemento, la dose giornaliera del mangime e possibilmente un’analisi del sistema nel tempo.
È proprio qui che le moderne analisi ICP possono diventare interessanti: se un determinato elemento tende ad aumentare progressivamente in acquario, anche il cibo può essere considerato fra le possibili fonti da investigare, insieme all’acqua, agli integratori, ai materiali tecnici e alle attrezzature.


Quando un mangime dovrebbe farci riflettere?
Più che stabilire regole assolute, possiamo individuare alcuni elementi che meritano attenzione. Una composizione molto generica, ingredienti difficili da identificare, un profilo nutrizionale poco coerente con le specie alle quali il prodotto è destinato o informazioni insufficienti possono rendere più difficile valutare correttamente un alimento.
Al contrario, una formulazione trasparente, materie prime chiaramente indicate e componenti analitici coerenti con le esigenze nutrizionali dei pesci ci permettono di effettuare una scelta più consapevole.
Ma c’è un concetto fondamentale da ricordare: l’etichetta permette di valutare molte caratteristiche del mangime, ma non rappresenta un’analisi chimica completa del prodotto.
Un esempio pratico: cosa possiamo capire da un’etichetta?
Vediamo quindi un esempio concreto, non tanto per stabilire se un determinato alimento sia “buono” o “cattivo”, quanto per capire quali informazioni possiamo realmente ricavare dalla confezione e quali invece rimangono sconosciute.
1. Un esempio di composizione: gli ingredienti

Nell’elenco che stiamo prendendo come esempio troviamo:
- Palaemonetes varians (invertebrati acquatici)
- olio di pesce
- macroalghe: Ulva e Chondrus
- microalghe: Isochrysis, Tetraselmis, Phaeodactylum e Nannochloropsis
Gli aspetti interessanti
- La presenza di microalghe marine come Isochrysis, Tetraselmis, Phaeodactylum e Nannochloropsis rappresenta un elemento interessante della formulazione.
- Le macroalghe come Ulva e Chondrus apportano materiale vegetale di origine marina.
- Palaemonetes varians rappresenta una fonte proteica animale chiaramente identificata.
- L’olio di pesce può rappresentare una fonte importante di lipidi e acidi grassi polinsaturi.
Quello che invece l’etichetta non ci dice
- Non conosciamo necessariamente l’origine e la qualità delle singole materie prime.
- Non possiamo dedurre dall’elenco degli ingredienti l’eventuale concentrazione di contaminanti presenti nelle materie prime.
- La presenza dell’olio di pesce non ci permette, da sola, di conoscere il suo stato ossidativo o la stabilità del prodotto nel tempo.
- Per conoscere con precisione il contenuto di singoli elementi come rame, zinco, ferro o altri metalli sarebbe necessaria un’analisi chimica specifica.
Conclusione sugli ingredienti: la composizione appare interessante e contiene diverse materie prime marine chiaramente riconoscibili. L’etichetta, tuttavia, non può raccontarci tutto sulla qualità chimica delle materie prime utilizzate.
2. Componenti analitici: i macronutrienti

L’etichetta presa come esempio dichiara:
Proteine: 49,1%
Grassi: 11,0%
Ceneri: 12,8%
Fibre: 5,0%
Proteine 49,1%
È un valore elevato e perfettamente plausibile per un alimento destinato a molti pesci marini onnivori e carnivori. Naturalmente il numero non ci dice da solo quale sia la digeribilità e la qualità biologica delle proteine, che dipendono dalle materie prime utilizzate.
Grassi 11%
Anche questo è un valore assolutamente interessante per un mangime destinato a pesci marini. La presenza di olio di pesce può contribuire all’apporto di acidi grassi importanti. Come per qualsiasi alimento ricco di lipidi, rimangono fondamentali una corretta formulazione, conservazione e rispetto della data di scadenza.
Ceneri 12,8%
È un valore relativamente elevato e indica una quota minerale importante. Può dipendere anche dalla natura delle materie prime utilizzate, soprattutto quando sono presenti organismi marini interi o componenti ricche di minerali.
È però importante non compiere un passaggio che l’etichetta non ci consente: 12,8% di ceneri non significa 12,8% di sostanze indesiderate e non dimostra la presenza di metalli pesanti in concentrazioni problematiche. Per stabilirlo servirebbe un’analisi elementare del prodotto.
Fibre 5%
Il valore deve essere interpretato in funzione della formulazione e delle specie alle quali l’alimento è destinato. La presenza di macroalghe e microalghe rende comprensibile una componente fibrosa non trascurabile e può risultare perfettamente coerente con un alimento rivolto a specie onnivore.
3. Additivi: cosa possiamo realmente dire?

La sezione degli additivi deve essere letta con attenzione. Vitamine, antiossidanti, aminoacidi e oligoelementi possono essere presenti nella formulazione e, quando previsto dalla normativa, devono essere dichiarati secondo le modalità stabilite.
Se una determinata sostanza non compare in etichetta, però, non possiamo automaticamente concludere che il prodotto sia incompleto o nutrizionalmente carente: alcuni nutrienti possono essere naturalmente presenti nelle materie prime e gli obblighi di dichiarazione dipendono anche dalla natura e dalla funzione delle sostanze utilizzate.
Allo stesso modo, l’assenza di un antiossidante dichiarato non permette di affermare che l’olio presente nel prodotto sia necessariamente destinato a irrancidire rapidamente. Possiamo semplicemente dire che dalla sola etichetta non siamo in grado di conoscere tutti gli aspetti relativi alla stabilità ossidativa della formulazione.
4. Verdetto finale: cosa sappiamo e cosa non sappiamo
Gli aspetti positivi
Troviamo fonti proteiche chiaramente identificabili, diverse alghe marine e un profilo nutrizionale complessivamente interessante per molte specie di pesci marini.
Gli aspetti da approfondire
Il valore delle ceneri è relativamente elevato e merita di essere considerato nel confronto con altri prodotti, ma non permette da solo di formulare conclusioni sulla presenza di contaminanti. Allo stesso modo, l’etichetta non ci consente di conoscere la concentrazione effettiva dei singoli oligoelementi presenti nelle materie prime né lo stato ossidativo dei grassi.
Il punto fondamentale è proprio questo: attraverso un’etichetta possiamo formulare una valutazione nutrizionale ragionata, ma non possiamo trasformarla in un’analisi chimica che non abbiamo effettuato.
Se volessimo spingerci oltre, sarebbe estremamente interessante conoscere tramite analisi di laboratorio la quantità di rame, zinco, ferro, manganese e altri elementi presenti per grammo di alimento. A quel punto, conoscendo anche la quantità di mangime somministrata ogni giorno, potremmo stimare l’effettivo apporto di ciascun elemento all’acquario.
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Il mangime può influenzare un’analisi ICP?
Sì, almeno in linea teorica, perché il mangime rappresenta una delle tante vie attraverso le quali introduciamo materia nell’acquario. Ma anche qui è importante ragionare sulle quantità.
Se un alimento contiene un determinato oligoelemento, una parte verrà assimilata dai pesci, una parte eliminata con le feci e un’altra potrà entrare nei diversi comparti del sistema. Quanto di quell’elemento rimarrà effettivamente disponibile nell’acqua dipenderà poi da moltissimi processi biologici e chimici.
Per questo, se un’analisi ICP mostrasse ad esempio un aumento anomalo di rame, zinco o ferro, il mangime sarebbe una delle possibili fonti da prendere in considerazione, non necessariamente la causa. Andrebbero valutati anche acqua utilizzata, integratori, pompe, magneti, materiali metallici, substrati e qualsiasi altra possibile fonte.
Ed è proprio qui che il ragionamento potrebbe diventare interessante: non basta più chiedersi se “questo mangime contiene rame?”, ma bisognerebbe arrivare a comprendere “quanto rame sto introducendo ogni giorno attraverso questo mangime?”.
Conclusioni
Saper leggere un’etichetta è uno degli strumenti più semplici che abbiamo per scegliere consapevolmente il mangime destinato ai nostri pesci. In un acquario di barriera questo assume un significato ancora maggiore, perché il cibo non interessa soltanto gli animali che lo ingeriscono, ma entra nel complesso equilibrio biologico e chimico dell’intero sistema.
Ingredienti chiaramente identificabili, un profilo nutrizionale coerente con le specie allevate e informazioni trasparenti rappresentano sicuramente elementi positivi. Allo stesso tempo dobbiamo evitare di chiedere all’etichetta più di quanto possa realmente dirci.
Le ceneri non sono sinonimo di metalli pesanti, la presenza di oligoelementi aggiunti non rende automaticamente un alimento pericoloso e l’assenza di un determinato additivo dichiarato non dimostra necessariamente una carenza del prodotto.
Per conoscere davvero la quantità di rame, ferro, zinco o altri elementi presenti in un mangime servirebbe un’analisi specifica. E soltanto mettendo quel valore in relazione con i grammi di alimento somministrati potremmo arrivare a quantificare l’apporto reale all’acquario.
Forse è proprio questa la conclusione più interessante: l’etichetta è il punto di partenza, non il punto di arrivo.
E in un acquario marino moderno, dove possiamo misurare concentrazioni estremamente basse di moltissimi elementi attraverso le analisi ICP, imparare a distinguere fra ciò che sappiamo, ciò che possiamo ragionevolmente ipotizzare e ciò che dovremmo invece misurare è probabilmente ancora più importante.
Bibliografia
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Effetti dei metalli su pesci, invertebrati e coralli
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Negri, A. P., et al. “Exposure to dissolved copper impairs fertilisation in broadcast spawning corals.” Environmental Science & Technology, 2007.
Weis, J. S. “Toxicity of metals in aquatic organisms.” Environmental Pollution, 2014.
Contaminanti e acquari marini
Toonen, R. et al. “Chemical contaminants in marine aquaria: sources and impacts.” Advanced Aquarist, Technical Series.
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