
Alle Bahamas, in uno dei luoghi che nell’immaginario collettivo rappresentano ancora il mare “perfetto”, alcuni squali sono risultati positivi a tracce di cocaina, caffeina e farmaci di uso comune. La notizia, rilanciata anche dalla stampa italiana, nasce da uno studio pubblicato su Environmental Pollution e condotto su 85 esemplari campionati attorno all’isola di Eleuthera. I ricercatori hanno trovato contaminanti emergenti nel sangue di 28 squali, in particolare caffeina, acetaminofene, diclofenac e cocaina.
Detta così, sembra quasi la trama di un documentario costruito per scioccare. In realtà, la parte più importante della storia è un’altra: non stiamo parlando di squali “impazziti” dalla droga, ma del fatto che sostanze tipicamente legate alla nostra presenza — turismo, scarichi, reflui, rifiuti, traffico nautico — stanno entrando in ecosistemi che continuiamo a definire incontaminati. E quando queste tracce arrivano fino agli squali, cioè ai vertici della rete trofica, il segnale ambientale diventa molto difficile da ignorare.
La notizia ha fatto il giro del mondo ed è stata ripresa in Italia da diverse testate, ma la scoperta originale deriva da un importante studio internazionale pubblicato nel 2026 su Environmental Pollution intitolato “Drugs in paradise: caffeine, cocaine, and painkillers detected in sharks from The Bahamas“. La ricerca è stata condotta da un team guidato dalla biologa Natascha Wosnick (Università Federale del Paraná) in collaborazione con altri istituti scientifici.

Le sostanze trovate negli squali
Lo studio ha rilevato i contaminanti in tre specie: squali caraibici di barriera, squali nutrice atlantici e squali limone. La caffeina è risultata la sostanza più frequente, mentre la cocaina è comparsa solo in pochi casi. Gli autori parlano anche di differenze in alcuni marker metabolici e di stress — come urea, lattato e altri indicatori fisiologici — tra gli animali contaminati e quelli non contaminati. Ma qui serve prudenza: gli stessi ricercatori non sostengono di aver dimostrato un rapporto diretto di causa-effetto, né dicono che questi squali stiano manifestando danni clinici evidenti. Parlano piuttosto di un possibile segnale fisiologico da approfondire.
Ed è proprio questo che rende il lavoro interessante: non tanto il titolo ad effetto, quanto il metodo. Gli squali sono stati campionati in più siti costieri di Eleuthera, e l’area con il maggior numero di rilevazioni è risultata Aquaculture Cage, un sito vicino a un allevamento ittico inattivo e molto frequentato da operatori turistici e liveaboard per le immersioni con gli squali. Secondo gli autori, questa distribuzione suggerisce che la contaminazione sia legata soprattutto alle attività umane locali, più che a una differenza biologica tra specie. In altre parole: il mare tropicale da cartolina non basta a schermare l’impronta chimica dell’uomo.
La stessa Natascha Wosnick, tra le autrici dello studio, ha spiegato che una parte del problema potrebbe derivare da scarichi e acque reflue, inclusi quelli legati al turismo nautico. Science News infatti riporta un’ipotesi concreta e meno cinematografica della fantasia dei “pacchi di droga lanciati in mare”: in molti casi si tratterebbe soprattutto di contaminazione cronica da sostanze presenti nei reflui umani, nei farmaci e nelle abitudini quotidiane dei visitatori. La cocaina, in questo quadro, è forse l’elemento più eclatante dal punto di vista mediatico, ma non è quello ecologicamente più importante. La vera protagonista della storia è la pressione chimica diffusa esercitata dalle attività umane costiere.
Non è il primo studio sulle contaminazioni
C’è poi un altro aspetto che merita attenzione. Questo lavoro non arriva dal nulla. Nel 2024 un altro studio, pubblicato su Science of the Total Environment, aveva documentato per la prima volta cocaina e benzoylecgonina in squali liberi in natura al largo del Brasile: 13 esemplari di Rhizoprionodon lalandii erano risultati tutti positivi alla cocaina, e 12 su 13 anche al suo principale metabolita. Quello studio fu il primo a mostrare che la contaminazione da droghe illecite nei grandi predatori marini non era solo una suggestione narrativa, ma un fatto misurabile.
Anche alle Bahamas, inoltre, gli squali erano già finiti sotto i riflettori per altri contaminanti. Un lavoro del 2021 su Environmental Pollution aveva documentato concentrazioni rilevanti di metalli in squali costieri bahamensi, con possibili effetti subletali e implicazioni anche per il consumo umano. Nel 2024 un altro studio, questa volta sui PFAS, ha mostrato che gli squali delle Bahamas avevano livelli inferiori rispetto a quelli del New York Bight, ma comunque abbastanza significativi da confermare che nemmeno un arcipelago percepito come relativamente poco impattato è davvero fuori dal raggio dell’inquinamento moderno.

Per chi ama il mare, la lezione è abbastanza chiara. Gli squali non sono solo simboli di wilderness, fascino e paura ancestrale: sono anche ottimi indicatori di quello che stiamo riversando negli ecosistemi. Quando troviamo nel loro sangue caffeina, antidolorifici o tracce di cocaina, non stiamo osservando una curiosità da social network. Stiamo guardando il riflesso della nostra presenza, amplificato dalla catena alimentare e restituito proprio da quegli animali che, teoricamente, dovrebbero abitare il lato più selvaggio dell’oceano.
Forse è questa la parte più scomoda della notizia. Ci piace pensare che l’inquinamento marino sia fatto solo di plastica galleggiante, chiazze d’olio o rifiuti visibili. Ma oggi sappiamo che il problema è anche — e sempre di più — invisibile: farmaci, droghe, composti persistenti, sostanze che non vediamo ma che entrano nell’acqua, negli organismi, nei tessuti, nel sangue. E quando arrivano fino agli squali, il messaggio dovrebbe essere inequivocabile: non esistono paradisi davvero separati da quello che facciamo a terra.
Le conseguenze sulla salute degli animali
La domanda che tutti si pongono è: queste sostanze alterano il comportamento dei grandi predatori? Al momento non ci sono prove di squali “iperattivi”, ma i ricercatori hanno evidenziato cambiamenti metabolici meritevoli di attenzione.

Gli squali con sangue contaminato presentavano, come abbiamo detto, livelli alterati di urea e lattato. Questo, per un pesce cartilagineo, è un chiaro marcatore di stress fisiologico prolungato. Tracy Fanara, esperta di ambiente marino non coinvolta nello studio, ha sottolineato a Science News che è proprio questa associazione tra droghe e alterazione metabolica a rendere lo studio importante perché collega la presenza di contaminanti a variazioni fisiologiche misurabili.
Riflessioni per noi amanti del mare
Questa ricerca solleva un velo sul problema globale dei cosiddetti CECs (Contaminants of Emerging Concern). Anche in ecosistemi apparentemente idilliaci, l’impronta chimica delle nostre città sta inquinando a fondo la catena alimentare marina.
Come acquariofili e appassionati degli oceani, sappiamo bene quanto i pesci siano sensibili ai valori chimici dell’acqua. Questa notizia è un monito che ci ricorda come ogni nostra azione a terra (persino il cattivo smaltimento di un farmaco scaduto) possa avere ripercussioni silenziose ma devastanti sui vertici della catena alimentare oceanica.
Fonti e Riferimenti dello Studio:
Cosa ne pensate di questa scoperta? Secondo voi le regolamentazioni ambientali per le zone ad alto impatto turistico dovrebbero diventare molto più severe? Diteci la vostra nei commenti qui sotto, sul nostro forum o sulle nostre pagine social: Facebook, Instagram, YouTube, TikTok, Telegram, X/Twitter e LinkedIn.
Scopri di più da DaniReef - Portale dedicato a Acquario Marino e Dolce
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.













