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Nuova Zelanda: Così proteggiamo il nostro ecosistema marino


Sabella spallanzanii (foto di Roberta D’Archino)

Sabella spallanzanii (foto di Roberta D’Archino)

Con i metodi di gestione attuali e la tecnica avanzata che abbiamo a disposizione la gestione di un acquario marino è diventata più semplice ed il successo di una vasca è quasi assicurato.

Iquitos - mangimi tropicali - Colombo

L’unico vero problema che ancora affligge le vasche di noi acquariofili sono gli organismi indesiderati. Inutile dire che come questi possono moltiplicarsi velocemente in acquario, anche nell’oceano possono creare gravi problemi.

Come si può monitorare la situazione? Cosa si può fare per proteggere l’ecosistema marino?

Ce lo spiega oggi Roberta D’Archino, ricercatrice presso l’istituto di ricerca neozelandese di NIWA, National Institute of Water and Atmospheric Research.

Roberta D’Archino

Biologa e sub professionista Roberta D’Archino vive a Wellington in Nuova Zelanda dove lavora come ricercatrice e partecipa ai programmi di Biosecurity neozelandese.

Dopo il dottorato in biologia delle alghe a Messina (nel 2000) compie diverse ricerche nel mar Mediterraneo per conto dell’Università di Roma, La Sapienza, per poi spostarsi in Nuova Zelanda (nel 2006) dove compie degli studi di postdottorato e successivamente inizia a lavorare per l’istituto di ricerca NIWA. Specializzata in alghe rosse ha addirittura scoperto e descritto alcune specie e generi nuovi.

Roberta D'Archino pronta per un'immersione, l'attrezzatura le consente di comunicare con la superficie

Roberta D’Archino pronta per un’immersione, l’attrezzatura le consente di comunicare con la superficie

Oggi Roberta è qui con noi per rispondere alle nostre domande riguardanti il suo lavoro di protezione dell’ecosistema marino neozelandese.

Come monitorate l’arrivo di specie invasive?

Tra i vettori di introduzione di specie aliene ci sono sicuramente le navi. Purtroppo non e’ possibile controllare tutte le carene delle navi che arrivano in Nuova Zelanda ma da circa 10 anni tutti i porti neozelandesi vengono ispezionati e monitorati due volte l’anno, in estate ed inverno.  Il controllo della zona portuale comprende, immersioni intorno ai piloni e pontili, trappole con esca lasciate in mare almeno 24 ore, dragaggi su fondi molli, installazione alla foce dei fiumi di trappole speciali per granchi e passeggiate lungo la costa o nelle marine alla ricerca di organismi insoliti. I campioni raccolti vengono mandati ai tassonomi per una corretta identificazione.

Le carene delle navi vengono invece ispezionate in caso vadano in posti incontaminati come l’antartide o nelle isole subantartiche.

Cosa fate quando trovate una specie importata?

Quando troviamo una specie introdotta per la prima volta informiamo il Ministry of Primary Industry (MPI) che finanzia il nostro lavoro e sarà l’MPI a decidere come  intervenire.

Alcune volte si tenta di eradicare il nuovo arrivato. Per esempio nel 2008 è arrivato Lo spirografo Sabella spallanzanii nel porto di Lyttelton. E’ stato rimosso dai subacquei con successo – tanto che ora se ne trovano pochi esemplari a Lyttelton. Purtroppo Sabella si è impiantato bene nel porto di Auckland dove però sarebbe troppo costoso ormai rimuoverlo. Nell’ultima ispezione a Wellington ne abbiamo visti 7 esemplari su una barca a vela che veniva da Auckland – il proprietario è stato contattato e ha dovuto pulire la carena a proprie spese. Le barche private che vengono da Auckland e vanno in altri porti devono infatti accertarsi che la loro carena sia pulita.

Sabella spallanzanii (foto di Roberta D’Archino)

Sabella spallanzanii (foto di Roberta D’Archino)

Quando andiamo sott’acqua abbiamo una lista di specie indesiderate, alcune sono arrivate già da tempo in Nuova Zelanda come il kelp asiatico Undaria pinnatifida introdotta nel porto di Wellington nel 1987 o Styela clava un tunicato trovato per la prima volta nel 2005.  In questo caso si annotano la posizione, il numero di esemplari o la densità.

Quali sono gli animali, le piante o gli organismi peggiori?

Ci sono specie che sono invasive in altri paesi e che potrebbero arrivare in Nuova Zelanda da un momento all’altro come la stella di mare Asterias amurensis (northern Pacific seastar) e Caulerpa taxifolia... Ma la lista è davvero lunga.

Se siete interessati a conoscere le specie invasive pericolose, divise per regioni, vi consiglio di seguire questo link: www.issg.org.

Roberta D'Archino durante un'immersione, foto di Peter Mariott

Roberta D’Archino durante un’immersione, foto di Peter Mariott

Non tutte le specie introdotte diventano invasive ma non si può mai prevedere con certezza come si comporteranno nel nuovo ambiente. Per esempio Sabella in Mediterraneo si trova di solito in individui isolati, ma nel porto di Auckland ricopre completamente piloni e pontili.

A volte è difficile capire se una specie sia stata introdotta o se sia sempre stata lì ma non se ne era a conoscenza. Per questo è molto importante studiare e descrivere le specie native e in Nuova Zealanda molte sono ancora da scoprire.

Vuoi dire qualcosa agli acquariofili?

Agli acquariofili direi soprattutto di stare attenti a non rilasciare nulla in mare.

Concludendo

Ringraziamo Roberta D’Archino che ci lascia con moltissimo materiale riguardante le sue ricerche e diversi link per approfondire gli argomenti trattati in questo articolo:


1 commento on Nuova Zelanda: Così proteggiamo il nostro ecosistema marino

  1. HkK.2003

    Questo conferma ancora di più il fatto che in Oceania siano molto attenti alle contaminazioni esterne.
    Noi non abbiamo nessun controllo simile ed infatti i nostri mari sono ormai invasi da organismi non autoctoni.

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